giovedì 19 marzo 2020

LA STORIA DELLA COLONNA INFAME OGGI


Da alcune settimane oramai, mi balena nella mente un'idea che mi induce a riflettere sul momento di isolamento forzato che stiamo vivendo per la pandemia da coronavirus. Il pensiero trae spunto dalla Letteratura con la "L maiuscola" perché lo scrittore a cui farò riferimento è un mostro sacro della nostra storia letteraria, sebbene non tutti sappiano dell'esistenza di questa operetta - la definisco così non tanto per il suo valore artistico quanto per la struttura narrativa.
L'autore è il celeberrimo Alessandro Manzoni, nato a Milano nel 1785 e ivi morto nel 1873. Tutti conosceranno I "Promessi sposi", straordinario romanzo storico la cui prima stesura ("Fermo e Lucia") risale al 1823, sebbene sarà pubblicato solo nel 1827 dall'editore Vincenzo Ferrario (la cosiddetta "ventisettana") prima di essere rivisto e dato alle stampe definitivamente nel 1840 (la "quarantana") presso Guglielmini e Radaelli dopo che fu "sciacquato in Arno" , ovvero rivisto linguisticamente - ma non solo - affinché l'opera contribuisse alla formazione linguistica del popolo nel nascente Stato italiano.


Lo scritto di cui vorrei parlarvi, non tanto per un atto di divulgazione pura quanto per cercare nel passato delle tracce di quello che ci sta accadendo, così da legare la vita reale alle letteratura - della quale spesso smarriamo il senso del suo significato - è la "Storia della colonna infame", collage di una cronaca giudiziaria raccolta da Manzoni nel 1823 e concepita come capitolo digressivo del "Fermo e Lucia" (1821-1823), poi data alle stampe solo nel 1842 dopo vent'anni di incubazione. Vi state chiedendo di che cosa tratti e quale sia il legame con l'attualità? Eccovi accontentati...

La "Storia" tratta di una triste vicenda consumatasi a Milano nel clima allucinato della peste del 1630; imputati della diffusione del morbo furono due milanesi di basso ceto, Guglielmo Piazza (commissario della sanità) e Giangiacomo Mora (barbiere), i quali vennero torturati e giustiziati, mentre la casa di Mora fu abbattuta e al suo posto innalzata una colonna definita, appunto, "infame". Un fatto ineludibile su cui vorrei porre l'attenzione è il seguente: le condanne a morte dei due popolani furono comminate dopo delle confessioni estorte con la tortura nonostante - come riporta Manzoni nel libro - «il vero ricompariva ai giudici ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com'ora»Ma perché coloro i quali avrebbero dovuto rappresentare la giustizia - i giudici di Milano appunto - ricorsero a cotanta forma di "iniquità"? Il termine è tra i più ricorrenti nella Storia e, sebbene l'autore sia tacciato da Leonardo Sciascia di" moralismo ideologico", il suo umanitarismo non può passare inosservato nel mondo attuale, tanto più ingiusto quanto più materiale, del populismo imperante. Per Sciascia il moralismo in Manzoni è «molto più prepotente delle credenze religiose. E dalla "Colonna Infame", più che dal romanzo, questa verità appare in tutta evidenza». Il nodo della verità è fondamentale nell'opera tanto che il milanese, nelle primissime pagine di essa, così si esprime: «noi abbiamo cercato di metterla in luce, di far vedere che que' giudici condannarono degl'innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell'efficacia delle unzioni, e con una legislazione che ammetteva lo tortura, potevano riconoscere innocenti». 
La tortura, infatti, svolse un ruolo fondamentale in quel processo scaturendo poi le condanne a morte del Mora e del Piazza. E questo non sfuggì precedentemente allo scrittore Pietro Verri, fratello di quel Giovanni con cui la madre di Alessandro Manzoni, Giulia Beccaria, intrattenne una relazione sentimentale e con il quale - si vociferava a Milano con accurata certezza già all'epoca - concepì lo stesso autore dei "Promessi Sposi". Voi chiosereste che la tortura sia uno strumento superato ai giorni d'oggi, invece, senza allontanarci troppo dalle nostre latitudini, vi sono numerosi Stati che ancora la praticano: Turchia, Egitto (vedi i casi del povero Regeni e Zaky), Russia, Iran, Israele, Palestina, per non parlare della famigerata Corea del Nord, le cui prigioni sono solo tetramente immaginabili in quanto zona "offlimits"; non escludendo dalla rosa i democratici Stati Uniti, il cui carcere di Guantanamo nella base navale di Cuba è diventato celeberrimo per le atrocità commesse dai soldati americani nei confronti dei terroristi di Al Qaeda e Isis. Eppure sappiamo che anche la nostra Italia annovera delle vicende altrettanto terribili come quella di Stefano Cucchi, e quelle a tinte fosche di Aldo Bianzino, Serena Bollicine, Federico Aldrovandi, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman, Marcello Lonzi, Giuseppe Uva e Davide Bifolco. Questo per ricordare a tutti che non esiste solo il caso Cucchi.


Restando sul terreno fertile ma inerpicato della verità storica, Manzoni ebbe la forza di criticare il perimetro delle riflessioni di Verri sull'omonimo caso dei due innocenti, perché - come il titolo dell'opera suggerisce, "Osservazioni sulla tortura" (redatto nel 1776-'77 e pubblicato postumo nel 1804 per le cure di Pietro Custodi) - egli si limitava a criticare la pratica della tortura "tout court", mostrando come questa avesse potuto estorcere la confessione d'un delitto, fisicamente e moralmente impossibile. Se Manzoni da una parte lodasse l'intento "nobilissimo" di Verri, illuminista che solcava il percorso già tracciato dal celebre saggio "Dei delitti e delle pene" di Cesaria Beccaria (padre di Giulia e nonno di Alessandro), dall'altra sosteneva si dovesse andare ampiamente oltre questa istanza mettendo in evidenza le storture di quel sistema giudiziario e, in particolare, le passioni perverse dei giudici e l'ingiustizia volontaria di essi, completamente inesistenti nell'opera di Verri. 

L'ignoranza dei tempi fu dunque, secondo Manzoni, una giustificazione dell'operato dei giuresperiti? Assolutamente no, anzi, per lui essa fu una colpa e lo chiarisce nel seguente passaggio della Colonna Infame, intriso di Divina Provvidenza: «Dio solo ha potuto vedere se que' magistrati, trovando i colpevoli d'un delitto che non c'era, ma che si voleva, furono più complici o ministri d'una moltitudine che, accecata, non dall'ignoranza, ma dalla malignità e dal furore, violava con quelle grida i precetti più positivi della legge divina, di cui si vantava seguace». A quale moltitudine allude Manzoni? Certamente al popolo milanese impreparato, sia sanitariamente sia emotivamente, ad affrontare l'epidemia di peste che tra il 1629 e il 1633 colpì il nord-Italia falcidiando circa 1 milione di persone su un totale di 4 milioni. L'epicentro del contagio fu il territorio che oggi corrisponde alla provincia di Verona, con 33000 vittime su 54000 abitanti (61% di decessi), a cui seguirono Padova, Modena, Parma e, appunto, Milano con 64000 morti su un totale di circa 250000 censiti (26%); il contagio tuttavia si diffuse con virulenza fino a Firenze. Se la distribuzione geografica del morbo ha più di qualcosa in comune con quello attuale, per nostra fortuna il tasso di mortalità del coronavirus è praticamente irrilevante mentre per la peste seicentesca sfiorava il 25%; per quanto riguarda invece quello di letalità, la peste uccideva circa il 90% dei contagiati mentre il covid-19 si aggira intorno a un ben più basso ma significante 10%. Senza tuttavia tornare troppo indietro, l'influenza spagnola risalente a un secolo fa e propagatasi tra il 1918 e il 1920, uccise più di 50 milioni di persone nel mondo su mezzo miliardo di influenzati. Questo per rammentare ai più che non stiamo vivendo niente di storicamente fuori dall'ordinario, mentre il problema potrebbe risiedere in quell'umanità progredita che crede di essere invulnerabile nei confronti della natura.
Recenti ricerche condotte dal professore di chimica Pier Giorgio Righetti del Politecnico di Milano in collaborazione con la società israeliana Spectrophone Ltd, svelano che nei registri di morte dell'estate 1630 conservati all'interno dell'Archivio di Stato ambrosiano siano ancora presenti, tra fogli nemmeno troppo ingialliti, le proteine del batterio "Yersina pestis", ovvero quelle della peste bubbonica, identificata per la prima volta nel 1894 dal medico svizzero Alexandre Yersin. Tra le altre scoperte è emerso che, in base ad una sessantina di cheratine umane rinvenute, gli scrivani dell'epoca fossero vegetariani con una dieta a base di mais, non tanto per scelta - immaginiamo - quanto per gli effetti delle ripetute carestie e dello status sociale; addirittura sono state identificate anche tracce di topi, i veri untori, e di ovini per le famose capre che allattarono i neonati rimasti senza madre.
La gravità dello scenario delineato spiega perché il popolo milanese chiedesse a gran voce la consegna degli untori, ovvero chi si credeva avesse propagato per le mura delle città il famigerato morbo, ignorando - e queste lo si scoprì decenni dopo con l'indagine storica - che le cause furono ben altre: la grave carestia del 1628-'29 con la conseguente penuria di grano e pane determinata anche da cattive congiunture climatiche, le guerre per la successione al Ducato di Mantova e del Monferrato che costrinsero lo Stato ad imporre tributi insostenibili ai proprietari terrieri, le razzie delle soldatesche a danno delle coltivazioni e delle riserve di cibo, già scarse. Eppure gli storici continuano a considerare la calata dei lanzichenecchi, truppe mercenarie tedesche guidate da Albrecht von Wallenstein che penetrarono la Valtellina dirette a Mantova per porre sotto assedio la città e nelle cui fila, da tempo, la peste covava in forma endemica, la ragione principale della propagazione del morbo. Il loro passaggio datato all'autunno 1629 è citato all'interno dei "Promessi Sposi" nei capitoli VIII, XXIX, XXX e lasciò una lunga serie di saccheggi e devastazioni. Le autorità sanitarie di Milano nutrivano forti timori che la circolazione delle truppe potesse diffondere la malattia, al punto da allertare l'allora governatore milanese don Gonzalo Fernandes de Cordoba sul rischio incombente, ma l'uomo politico rispose che l'ingresso dell'esercito fosse legato a esigenze belliche imprescindibili e si dovesse confidare nella Provvidenza. Già sappiamo, ahinoi, come poi si dispiegarono gli eventi. 
Ma perché la peste si propagò così rapidamente e attecchì con tanta ferocia nell'Italia settentrionale? Cerchiamo di darvi una parziale risposta. L'11 giugno 1630 fu organizzata una biblica processione a Milano decisa già da tempo non senza la perplessità di numerosi medici locali, nella quale l'arcivescovo Federico Borromeo fu portato in corteo da popolani, corporazioni, ordini monastici, preti, non solo non riuscendo nell'impresa di compiere il miracolo ma generando la furia del contagio in tutte le aree urbane. Ecco perché, consci delle scelte illogiche da mentalità medievale di allora, oggi non dovremmo compiere le medesime atrocità mantenendo aperte le chiese, ad altissimo rischio di contagio, quando i credenti possono liberamente pregare il loro Dio nell'intimità e sicurezza della propria dimora.
Manzoni cita nel capitolo III della "Colonna" le ragioni del popolo: «Ma il senato di Milano era tribunal supremo; in questo mondo, s'intende. E il senato di Milano, da cui il pubblico aspettava la sua vendetta, se non la salute, non doveva esser men destro, men perseverante, men fortunato scopritore, di Caterina Rosa».
Caterina Rosa era stata la prima denunciataria delle presunte unzioni di Guglielmo Piazza, avvistato da una finestra la mattina del 21 giugno 1630 in via della Vetra de' Cittadini, oggi via Giangiacomo Mora, mentre camminava rasente al muraglione toccandone la superficie con fare sospetto. Le mura che correvano ai lati di quella strada - si dice dalle cronache di questa e di un'altra spettatrice popolana, Ottavia Bono - furono effettivamente imbrattate di una qualche sostanza nerastra dalle mani del commissario della sanità ed arrivarono a insudiciare anche le facciate della bottega di Giangiacomo Mora. Quale spiegazione si può addurre? Semplice: Guglielmo Piazza si stava probabilmente pulendo le mani macchiate d'inchiostro, essendo nel frattempo impegnato a scrivere, e camminava accosto al muro perché era una giornata di pioggia. Dunque come poter costruire un impianto accusatorio su queste basi, se i giudici non siano stati mossi da passioni - come le definisce Manzoni - "perverse"? Ma non è tutto.
Le confessioni estorte con la tortura al commissario della sanità finirono per coinvolgere anche il malcapitato barbiere: Giangiacomo Mora componeva e spacciava un unguento contro la peste e, pochi giorni prima d'essere arrestato, il Piazza avrebbe chiesto quell'unguento al barbiere. Da lì ne scaturì una perquisizione della sua bottega, dalla quale vennero requisite delle non meglio definite pomate e unguenti considerati venefici che, testati su dei cani di utilizzati come cavie dai giudici milanesi, non ebbero alcun tipo di effetto. Ciò nonostante l'infernale sentenza non si fece attendere: il 27 luglio 1630 i giudici di Milano decretarono che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora fossero posti in un carro e condotti nel luogo del supplizio, torturati con ferro rovente per la strada, tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate le ossa con la ruota (a quel tempo era pratica comune nelle esecuzioni) e in quella intrecciati vivi e alzati da terra; dopo sei ore scannati, bruciati i cadaveri e le loro ceneri buttate nel fiume; demolita la casa del Mora e, in luogo di quella, eretta una colonna che si chiamasse infame, nonché fu proibito in perpetuo di rifabbricarvi.
Se il verdetto a noi appare da clima di pieno Medioevo e di caccia alle streghe quale - dobbiamo riconoscerlo - oggi potrebbe non avere pari nemmeno nello Stato dal regime più spietato al Mondo, la ricerca della verità è e rimarrà, finché vi sarà l'ultimo essere umano sulla Terra, una prerogativa indispensabile dell'uomo per antonomasia a cui egli non può rinunciare per onorare la sua dignità e trovare un riparo in questo spazio sconfinato e desolante che è diventato il nostro pianeta nell'anno 2020. Il coronavirus sembra avere azzerato tutte le nostre difese e ci sentiamo come leoni in gabbia all'interno dei nostri spazi domestici, al cui confronto la quotidianità frenetica e assordante pare un paradiso perduto. Dovremmo invece approfittare di questi vuoti spazio-temporali e dedicarci di nuovo alla cura dello spirito in senso petrarchesco, seppur non si possa al momento ascendere ad alcun Monte Ventoso ma cercare di inoltrarvisi con l'immaginazione, in attesa di giorni più fortunosi. Perciò ecco che ci giunge in soccorso il sempiterno Sant'Agostino, con le sue "Confessioni": «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi».


Tutto questo sarà possibile per un'umanità che sembra aver perduto l'intimo rapporto con lo spirito a vantaggio del pensiero al bene durevole di turno, e spesso non strettamente necessario, acquistato a rate? Non è possibile trovare, nel breve tempo, alcuna risposta certa se non realizzare che dovremmo interrompere tutti e tutti insieme questo percorso inarrestabile e incontrollato verso un progresso che non abbiamo più il diritto di definire tale, ma immaginare un'altra idea di mondo e umanità in grado di rispettare la natura e le generazioni future, altrimenti i figli dei nostri figli non ne vedranno altre all'orizzonte. Da italiani ed europei abbiamo il diritto di mettere in discussione l'UE come istituzione perché al momento non ha in sé alcunché di democratico, essendo le principali decisioni assunte spesso a tavolino dalle nazioni più forti senza alcuna possibilità di mediazione né partecipazione. Il fattore immigrazione non può essere una merce di scambio per manovre più o meno agevoli nei confronti di quella o quell'altra nazione; la povera gente che si muove da paesi in guerra o semplicemente poveri, non può essere ammassata in campi profughi come animali da macello (si pensi all'isola di Lesbo, per esempio) in cui le malattie attecchiscono precocemente. Alcune norme igieniche debbono essere condivise dal mondo intero come insegnamento principale rispetto alla tragedia che stiamo vivendo, a quanto pare originatasi nella caotica e inquinatissima Cina. Le grandi culture dell'antichità, in primis quella latina e greca - sono ancora a nostra disposizione per garantirci libertà e arricchimento preservando le culle di questi fasti straordinari, non annichilendo popolazioni - mi riferisco a quella greca - tacciandole di non aver truccato i conti dello Stato. Chi era che doveva occuparsi di controllarne la veridicità?


Abbiamo il dovere di rispettare il nostro Pianeta di cui siamo ospiti - ricordiamocelo come un mantra - perché se riusciamo ad essere maledettamente educati nelle case degli altri possiamo esserlo anche in quella di tutti, che ogni giorno ci regala la vita senza alcun prezzo da pagare.
Per trovare un "locus amoenus" in questo periodo di isolamento forzato, quanto è bello respirare almeno dell'aria pura dai terrazzi e giardini delle nostre case! Onde evitare, prima del tempo, l'estinzione di tutto quello che in questi momenti ci sta nostalgicamente mancando - da una semplice passeggiata all'aria aperta con degli amici, al far la spesa al mercato, alla frequentazione dell'affezionata biblioteca, al praticare l'amato sport - è bene riproporre la conclusione dell'ottavo e ultimo capitolo della "Coscienza di Zeno", il quale ritengo attualissimo sebbene il romanzo sia stato pubblicato quasi un secolo fa, nel lontano 1923: «Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie».



Diego Farfanelli

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